Smart working, dumb fregatura

Questa storia dello smart working inizia a puzzare di fregatura.

Lavoro in smart working dal 2015. Allora si chiamava ‘lavoro in remoto’ o, più ingenuamente, ‘lavoro da casa’ – e, benché fosse una modalità di lavoro come le altre, era considerato un po’ da sfigati, da precari, da chi si arrangia facendo lavoretti. Vaglielo a spiegare che era una pratica normale per un freelancer – ma lo stesso concetto di lavoro freelance era difficile da far digerire.

Comunque, fino al giorno prima dell’isolamento da COVID-19, pur lavorando in smart working, riuscivo ad avere degli orari, per cui se un cliente mi chiamava o mi scriveva fuori da un certo lasso orario, glissavo e rimandavo al giorno seguente; se ero troppo oberato mi rifugiavo dietro una fantomatica riunione con un cliente; se non potevo fare qualcosa, dicevo “Non posso, sono occupato”.

Adesso, invece, è come se dovessi essere sempre reperibile, ventiquatt’ore su ventiquattro, “Tanto stai a casa, no? Non hai niente da fare, in questi giorni. Almeno passi un po’ di tempo e bla bla bla”. Per cui messaggi di lavoro alle nove di sera, messaggi di lavoro di domenica, messaggi di lavoro per introdurre altri messaggi di lavoro che introduco messaggi di lavoro. Per non parlare delle riunioni su Skype – che, in generale, mi sono sempre state un po’ sugli zebedei.

Ad ogni modo, adesso è così – tocca starci.

Ma anche no.

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