Il copywriting persuasivo ci mette l’anello al naso

Ormai lo sapete: quando sento parlare di copywriting persuasivo mi viene l’orticaria. Quando leggo testi scritti tutti uguali e che seguono pedissequamente i dettami vaticinati dal guru del web marketing del momento mi cadono le braccia. Quando mi ritrovo circondato da articoli, discorsi, riflessioni, post e compagnia bella che puzzano di pubblicità lontano un miglio, faccio come i cani davanti a un lampione: ci faccio pipì sopra e passo avanti.

Per questo ho deciso di spendere un altro po’ di caratteri sull’argomento e, per farlo, chiamo in causa Lillian Glass.

Lillian Glass è un’esperta di comunicazione interpersonale e linguaggio del corpo che, nel 2013, ha pubblicato un saggio intitolato The Body Language of Liars, in cui, come suggerisce il titolo stesso, analizza il linguaggio del corpo di chi mente.

Tra le tante cose interessanti contenute nel saggio, ce ne sono due che capitano a fagiolo e mi aiutano a spiegare perché chi si avvale del copywriting persuasivo tenda il più delle volte a tirarci un bidone o a trattarci come chi ha l’anello al naso o la sveglia al collo (se vi vengono in mente altri modi di dire potete tranquillamente segnalarmeli nei commenti).

Lillian Glass sostiene che chi mente tende a dare troppe informazioni non richieste e a ripetere sempre le stesse frasi, parole e concetti.

Quante volte vi è capitato di leggere, soprattutto sul web, post e articoli (e soprattutto landing page, sales letter e via dicendo) che pur di vendere un prodotto o un servizio srotolano parole su parole, informazioni su informazioni, il più delle volte non necessarie e non richieste?

Per esempio: per parlare di un tappo di sughero partono dall’esigenza di un tappo che i cavernicoli avevano nella preistoria, passano poi a tutte le funzioni che il tappo di sughero ha avuto nella storia, per poi arrivare a parlare del venditore che è partito dal basso, poverissimo, non poteva permettersi neanche un tappo di sughero, ma alla fine ha avuto l’illuminazione, il colpo di genio, ha inventato un tappo di sughero uguale agli altri, ma migliore, ed è diventato ricco, ricchissimo, così ricco che adesso ha un loft a New York e fattura fantastiliardi di dollari al secondo, ma è rimasto umile e per questo ti mette a disposizione la sua miglior invenzione di sempre, il tappo di sughero uguale agli altri ma migliore, a un prezzo scontatissimo: a soli novantanove virgola novantanove euro al posto dei normali duecentotrentasette euro più iva, sì, lo so che il prezzo è alto, ma il mio tappo di sughero è il migliore in commercio, quindi compralo subito, perché è un’offerta limitata e riservata a pochi eletti, scade prestissimo, presto, compralo subito, non perdere questa fantastica offerta, offerta bomba, super offerta e bla bla bla. Per esempio.

Quante volte vi è capitato, in questi stessi testi, di leggere sempre le stesse parole, gli stessi concetti ripetuti fino alla nausea, magari, nei casi più raffinati, rimpastati in maniera da sembrare diversi, ma alla fine sempre uguali rimangono?

Una delle caratteristiche del copywriting persuasivo è proprio questa: dare tante, tantissime informazioni non richieste e ripetere sempre gli stessi concetti.

Per cui, se un concetto può essere espresso in tre parole, perché usarne dieci, cento, mille?

Quando leggo troppe parole inutili, giri di parole e voli pindarici, sento sempre puzza di fregatura (e finora la fregatura è sempre stata dietro l’angolo): vuol dire il copywriter che ha scritto il testo sta cercando di condizionarmi, di persuadermi; sta mascherando con le chiacchiere un qualche disvalore.

Se un prodotto o un servizio sono validi bastano poche parole ben studiate per presentarlo. Non serve sbrodolare.


(Nessun animale – e nessun guru del web marketing – è stato maltrattato per la stesura di questo post)

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