capire la gente

Capire bene la gente

Ieri è stata una giornata lavorativa intensa. Non tanto per il carico lavorativo, per l’impegno fisico profuso, per lo sforzo intellettuale e compagnia bella. No. Ieri è stata una giornata lavorativa intensa dal punto di vista delle relazioni. Una giornata fiaccante, pungente, quasi di trincea, con colpi di obici e mortai che ti fischiano a un centimetro dall’orecchio. Una di quelle giornata in cui ti senti come Rambo, incompreso, dileggiato e braccato. Una giornata alla Rocky Balboa, per così dire, in cui incassi tutto, somatizzi un po’, traballi, ma poi ti ripigli e inizi a picchiare pure tu, finché l’Apollo Creed di turno, l’Ivan Drago del momento, il Clubber Lang della circostanza, non inizia ad accusare i colpi.

Comunque, al di là di tutto, la giornata lavorativa di ieri si è conclusa sul divano, in compagnia di Philip Roth. E, tra una pagina e l’altra di Pastorale americana, il buon vecchio Phil ne ha lanciata una delle sue, precisa, puntuale, necessaria, provvidenziale. Quello che mi ha sussurrato, con la sua voce piena di carta e inchiostro, è stato questo:

«Lotti contro la tua superficialità, la tua faciloneria, per cercare di accostarti alla gente senza aspettative illusorie, senza un carico eccessivo di pregiudizi, di speranze o di arroganza, nel modo meno simile a quello di un carro armato, senza cannoni, mitragliatrici e corazze d’acciaio spesse quindici centimetri; offri alla gente il tuo volto più bonario, camminando in punta di piedi invece di sconvolgere il terreno con i cingoli, e l’affronti con larghezza di vedute, da pari a pari, da uomo a uomo, come si diceva una volta, e tuttavia non manchi mai di capirla male. Tanto varrebbe avere il cervello di un carro armato. La capisci male prima d’incontrarla, mentre pregusti il momento in cui l’incontrerai; la capisci male mentre sei con lei; e poi vai a casa, parli con qualcun altro dell’incontro, e scopri ancora una volta di aver travisato. Poiché la stessa cosa capita, in genere, anche ai tuoi interlocutori, tutta la faccenda è, veramente, una colossale illusione priva di fondamento, una sbalorditiva commedia degli equivoci. Eppure, come dobbiamo regolarci con questa storia, questa storia così importante, la storia degli altri, che si rivela priva del significato che secondo noi dovrebbe avere e che assume invece un significato grottesco, tanto siamo male attrezzati per discernere l’intimo lavorio e gli scopi invisibili degli altri? Devono, tutti, andarsene e chiudere la porta e vivere isolati come fanno gli scrittori solitari, in una cella insonorizzata, creando i loro personaggi con le parole e poi suggerendo che questi personaggi di parole siano più vicini alla realtà delle persone vere che ogni giorno noi mutiliamo con la nostra ignoranza? Rimane il fatto che, in ogni modo, capire bene la gente non è vivere. Vivere è capirla male, capirla male e male e male e poi male e, dopo un attento riesame, ancora male. Ecco come sappiamo di essere vivi: sbagliando. Forse la cosa migliore sarebbe dimenticare di aver ragione o torto sulla gente e godersi semplicemente la gita. Ma se ci riuscite… Beh, siete fortunati.»

Philip Roth, Pastorale americana, tr. it. Vincenzo Mantovani, Einaudi, Torino 2012, pp. 40-41

That’s it! Altro da aggiungere non c’è.


Photo by Curtis MacNewton on Unsplash

Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con i tuoi amici ⬇️

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

12 + 9 =