testi brevi testi narrativi brevi

Testi brevi che si piegano e diventano testi lunghi

Oggi voglio spendere qualche kB di spazio in questo blog per condividere un consiglio. Questo consiglio mi è stato dato da un editore molto gentile e disponibile con cui sono entrato in contatto qualche tempo fa.

A scanso di equivoci: no, non mi ha consigliato di smettere di scrivermi e darmi all’ippica 😛

Un giorno sono andato da questo editore molto gentile e disponibile per parlare di una storia che avevo scritto e che era rimasta per troppo tempo stipata nella memoria di massa di una bellissima pen drive color carta da zucchero. Quando mi sono accomodato sul divano che mi aveva riservato (sì, un intero divano tutto per me), avevo già pubblicato sia Il verso del coniglio, che L’apnea dei 22, che Scusa, non ti avevo visto – tre libri, diversissimi tra loro per forma e contenuto, ma con una costante comune: tutti superano a fatica le cento pagine di lunghezza.

la brevità secondo edgar allan poe

Me ne sono accorto dopo questo incontro: quello che scrivo è sempre saldamente ingabbiato nella gabbia della brevità, non so perché. È come se avessi un limitatore di caratteri impiantano nelle mani, per cui non scrivo mai più di un tot di battute. Questa peculiarità mi ha portato, nel tempo, a raccontare l’osso delle storie e tralasciare tutto quello che esula dal soggetto puro. Diciamo che, se invece di imprimerle su carta, le storie, ambissi a trasportarle sul grande schermo, più che uno sceneggiatore sarei un soggettista, ecco – sarei, cioè, colui che ha l’idea della trama e la illustra senza entrare nei dettagli inutili.

Ciononostante, adoro leggere i romanzi lunghi. Più sono lunghi e più mi piacciono.

Mi piace leggerli, ma non mi piace scriverli.

Credo sia pigrizia, non lo so.

Certo è che appellarsi alla pigrizia è una scappatoia troppo facile. Diciamo, allora, che è tutto frutto delle letture adolescenziali troppo approfondite di Edgar Alla Poe – non solo dei racconti, delle poesie e del Gordon Pym; ma anche dei saggi. E, proprio in uno dei suoi saggi, ho trovato questo elogio alla brevità:

Il racconto vero e proprio, secondo noi, offre indiscutibilmente un migliore terreno per l’esercizio del talento più elevato, di quanto possa offrire il più ampio dominio della semplice prosa. Se fossimo costretti a dichiarare quale sia la maniera più proficua in cui il genio superiore possa dare una dimostrazione delle sue facoltà, senza esitare noi risponderemmo: nella composizione di una poesia in rima che non superi in lunghezza quel che si potrebbe leggere in un’ora. Il grado più elevato di poesia può esistere esclusivamente all’interno di questi limiti. Rispetto a ciò, noi possiamo dire che in quasi tutte le categorie della composizione, l’unità di effetto, o di impressione, è un punto della massima importanza. È chiaro, poi, che tale unità non può essere del tutto mantenuta in quelle opere la cui lettura non può essere completata in una seduta. Possiamo continuate la lettura di un componimento in prosa, per la natura stessa della prosa, molto più a lungo di quanto si possa perseverare, pur animati dalle migliori intenzioni, nella lettura di una poesia. Quest’ultima, se soddisfa davvero le esigenze del sentimento poetico, provoca un’esaltazione dell’anima che non può essere sostenuta a lungo. Tutte le sollecitazioni elevate debbono essere transitorie. E, senza l’unità d’impressione, gli effetti più profondi non si possono raggiungere […] se invece ci chiedessero di indicare quell’altra classe di composizioni che, oltre a una poesia del genere di quella che abbiamo suggerito, riesce meglio a soddisfare le esigenze del genio elevato – che gli offra l’ambito di applicazione più vantaggioso – diremmo senza esitazione il racconto in prosa […] alludiamo alla breve narrativa in prosa che richiede una lettura che va da mezz’ora a un’ora, o anche due. Il comune romanzo presenta problemi a causa della sua lunghezza, per le ragioni già esposte nella sostanza. Poiché non può essere letto in una seduta, si priva da sé, com’è ovvio, dell’immensa forza che gli deriva dalla totalità. Gli interessi terreni che intervengono nelle pause di lettura, modificano, annullano, o contrastano, in maggiore o minore misura, le impressioni prodotte dal libro. Ma da sola, la mera sospensione della lettura, sarebbe sufficiente a distruggere la vera unità. In un racconto breve, invece, l’autore ha la possibilità di sviluppare la pienezza dei suoi scopi, qualunque essi siano. Nel corso di un’ora di lettura, l’anima del lettore è in balia dello scrittore. Non ci sono influenze estrinseche che derivano da stanchezza o interruzione.

Un abile artista letterario ha costruito un racconto. Se è accorto, non ha adattato i suoi pensieri per metterci dentro dei fatti; ma, avendo pensato, con deliberata cura, di raggiungere un certo effetto unico e incomparabile, egli inventa quei fatti in un secondo momento, poi li combina in una maniera che possa essergli di aiuto per arrivare meglio a questo effetto premeditato. Se la sua frase d’esordio non tende alla rivelazione di questo effetto, ciò significa che ha fallito sul nascere. In tutta la composizione non ci dovrebbe essere neppure una parola che non sia legata, direttamente o indirettamente, allo scopo prestabilito. E con tali mezzi, con tale cura e perizia, alla fine si dipinge un quadro che, nella mente di chi lo contempla con un’arte affine, lascia una sensazione di soddisfazione massima. L’idea del racconto è stata esposta senza macchia, perché indisturbata, e questo è un fine irraggiungibile per un romanzo. Qui l’eccessiva brevità è eccepibile tanto quanto nella poesia; ma la lunghezza eccessiva è da evitare anche di più”.

(Edgar Allan Poe, Tutti i racconti, le poesie e «Gordon Pym», tr. it. di D. Palladini, I. Donfrancesco, N. Rosati Bizzotto, P. Collesi, E. Giachino, T. Pisanti, R. Reim, Newton Compton Editori, Roma 2009)

Ovviamente il passo è discutibile, ma credo che, nonostante tutto, qualcosa mi sia rimasto appiccicato addosso.

Comunque, non voglio sprecare kB per fare una riprovazione o un elogio alla brevità, bensì per condividere quel consiglio che avevo promesso all’inzio di questo blog post e che mi è stato dato da un editore molto gentile e disponibile.

E il consiglio in questione riguarda, appunto, la brevità.

Testi narrativi brevi, croce e delizia degli autori emergenti

Un autore emergente fa già così fatica ad essere letto – e se si propone con un romanzo breve (o racconto lungo, che dir si voglia) ne fa ancora di più; perché presentarsi a un lettore, a un editore o a un critico con un libricino striminzito darà un’idea striminzita di lui. Lo sminuirà. E hai voglia a dire che l’importante è il contenuto: il contenuto arriva dopo.

Questo, però, non deve portarlo ad allungare il brodo con frasi inutili e scene insulse. La brevità va assecondata e piegata in nome della commerciabilità del libro (perché tanto, è inutile negarlo, il libri vanno venduti).

Per cui, e qui arrivo al consiglio di quell’editore molto gentile e disponibile, fai come David Szalay: scrivi storie brevi e mascherale da romanzo.

Non è sleale, è intelligente. Lo hanno fatto anche Calvino e Palahniuk, tra gli altri (ah, sì, lo ha fatto anche Guldberg – ma con meno interesse).

Non voglio continuare a spendere i kB di questo blog parlando delle opere di Szalay, Calvino, Palahniuk e compagnia bella che hanno racchiuso le proprie storie all’interno di sapienti cornici narrative – se ti interessa puoi cliccare su tutti i link che ho sparso fra le righe e andarteli a leggere.

Mi interessava solo condividere questo consiglio che ho trovato molto prezioso.

That’s it!

(Ah, vuoi sapere com’è andata a finire con quella storia che avevo scritto, che era rimasta per troppo tempo stipata nella memoria di massa di una bellissima pen drive color carta da zucchero e che avevo proposto a questo editore molto gentile e disponibile? Non te lo dico.)


Photo by Sarah Brink on Unsplash

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