Su di me

Ho iniziato a scrivere da bambino, in segreto. Da grande, grazie a una serie di coincidenze, la scrittura è diventata anche il mio lavoro.

Ciao! Sono Mattia Albani e per lavoro scrivo e racconto in tutte le forme.

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Ho iniziato a scrivere da bambino, in segreto, quasi con vergogna – trascrivendo le vignette di Topolino e adattandole a racconti.

Poi, da grande, grazie a una serie di coincidenze universitarie, sono riuscito a pubblicare il mio primo libro e, da lì in poi, la scrittura non è stata più una passione di cui vergognarmi, ma è diventata anche il mio lavoro.

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Storytelling realizzati

Sono nato il 12 febbraio 1986 alle due del mattino, con il cordone ombelicale attorno al collo e l’ostetrica che lanciava bestemmie di marmo contro la vagina di mia madre. Questo lo so perché me lo hanno raccontato.

Alla stessa maniera so che l’ospedale era ricoperto di neve e, in una cittadina di mare come quella in cui sono nato, l’evento era così raro e affascinante che tutti rimanevano a bocca aperta e nessuno faceva niente per organizzare, che ne so, la viabilità, per esempio. Per cui, ecco, immagino che i bambini esultassero perché le scuole erano chiuse e avrebbero passato la giornata a distruggersi le mani e la faccia con le palle di neve; gli adulti sorridessero perché, nonostante tutti i disagi, la neve in fondo rende tutto più bello; gli anziani si rincuorassero perché erano riusciti a vedere una nuova nevicata prima di tirare le cuoia; e dal Palazzo tutti sospirassero perché finché c’era la neve i cittadini si sarebbero dimenticati delle buche in strada e compagnia bella.

Perché, in fondo, la neve è così: rende tutto più bello, ovatta il mondo e lo nasconde. Copre le invettive delle ostetriche e allenta i cordoni ombelicali un po’ stronzi che rischiano di strozzarti il primo pianto in gola.

Da lì in poi è stato una lotta continua contro un caratteraccio chiuso e introverso che qualche gene bacato, ereditato chissà da chi, mi aveva impiantato nello stomaco. Sì, perché ogni volta che mi trovavo davanti a qualcuno che non conoscevo, uomo, donna o bambino che fosse, lo stomaco iniziava a contrarsi e ad attorcigliarsi su sé stesso, la gola iniziava a balbettare, le orecchie diventano come le valvole di sfogo di una pentola a pressione e le mie gambe correvano il più veloce possibile lontano da tutti.

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Così sono cresciuto cercando di ridurre al minimo i contatti, circondandomi di giocattoli, peluches, cioccolato al latte e fumetti di Topolino: ciottoli di un fortino che avrebbero dovuto tenermi al riparo dal mondo.

E, invece no, per fortuna si cresce. Per fortuna c’è la scuola che alimenta sogni e speranze e stimola la socialità. Cazzate.

Dai sei agli undici anni passi più o meno quattromila ottocento ore tra i banchi di scuola. Dagli undici ai quattordici ci passi duemila ottocento ottanta ore. Dai quattordici ai diciannove ci passi altre quattromila ottocento ore.

Dodicimila quattrocento ottanta ore passate a farti venire la scogliosi tra i banchi di scuola. Senza contare il tempo che passi a studiare a casa.

Poi vai all’università e lì il conteggio si sballa tra lauree di primo livello, lauree di secondo livello, dottorati di ricerca, master di primo livello, master di secondo livello e bla bla bla. Finché alla fine ti ritrovi a montare panini in un McDonald’s della periferia industrializzata abruzzese.

Per dire.

Sì, mi sono laureato in Lettere, ho lavorato per sei anni in un McDonald’s della provincia industrializzata abruzzese, ho conseguito un Master di Giornalismo e nel frattempo ho scritto L’apnea dei 22 (Aletti, 2008) e Il verso del coniglio (Schena, 2010) con cui ho vinto il Premio Gentile 2010.

Poi ho iniziato a lavorare nel mondo della comunicazione in una scuola di giornalismo: io che da bambino sognavo di fare lo scrittore, poi il bibliotecario, poi il giornalista, poi il professore, poi il direttore di un McDonald’s, poi di nuovo il professore, adesso mi ritrovavo a occuparmi di qualcosa a cui non avevo mai pensato. L’ho fatto per tre anni, finché non ho deciso che, forse, in quel contesto ci stavo stretto ed era meglio allargare i miei orizzonti altrove. Così sono diventato un freelance e ho iniziato a lavorare al fianco di professionisti e web agency.

Parallelamente ho iniziato a svolgere come docente attività di formazione in copywriting, content marketing e social media strategy per aziende che vogliono iniziare ad affacciarsi al mondo del web.

Nel 2017, insieme a due grandi anime artistiche come Pasquale e Valerio Giovine, ho contribuito alla nascita del colletivo creativo Clouds Industry, specializzato in visual storytelling e comunicazione creativa.

Nell’ultimo periodo, dopo una decina d’anni di silenzio letterario, ho scritto Scusa, non ti avevo visto (Independently Published, 2019) e ho firmato il progetto editoriale Domani ti scrivo (Mondadori, 2020).

Nel frattempo mi sono sposato con Francesca, dopo nove anni di fidanzamento, ed è nato mio figlio Damiano (e potremmo dire che tutto il resto non conta più).