«Pensare attraverso le mie dita», ovvero: come può nascere una storia

Una volta, nel corso di un’intervista, una giornalista mi chiese come fosse nato Il verso del coniglio. Era il 2010, avevo appena vinto il Premio “Valerio Gentile” e, quello, era il mio primo romanzo. E ovviamente non sapevo cosa rispondere – così dissi la prima cosa sbagliata che mi venne in mente tra tante risposte giuste. Dissi: «Avevo voglia di veder morire un fanatico religioso». La giornalista ebbe un attimo di incertezza, ci furono alcuni secondi di silenzio che sembrarono ore, poi si riprese e, con una risatina di disagio, rispose: «Che simpatico». Tutti intorno iniziarono a ridere la cosa finì in caciara.

In realtà, per quanto infelice, la mia risposta non era né una battuta, né una provocazione. Ma non era neanche la pura verità.

La genesi di un’idea, da cui nascerà per una storia, non è sempre semplice da rintracciare – e molto spesso è anche noioso parlarne. Nel caso in questione, l’idea ce l’avevo in testa da tantissimi anni, quasi da sempre, ma più che un’idea era un’insofferenza che non riuscivo a sfogare: mal sopportavo, e mal sopporto tutt’ora, ogni forma di estremismo e fanatismo. In tutti i campi: negli studi, nella tecnologia, nella religione, negli hobby, ovunque. Quindi avevo provato a riordinare le idee e a costruirci attorno una storia che mi permettesse di sfogarmi senza sembrare un rompipalle. Alla fine è venuta fuori una storia in cui un ragazzino Amish scopre di avere una malattia incurabile e decide di mandare tutto in vacca, perché capisce che tutto il rigore e il fanatismo che aveva caratterizzato la sua vita lo portano a fare la stessa fine di una qualunque altra persona.

Era questa la risposta che avrei dovuto dare, ma, oh, che vi devo dire?, ho cannato la risposta, come si suol dire.

Comunque, al netto di tutto l’aneddoto, quello che mi interessa portare alla luce è il processo con cui nasce una storia – o, per lo meno, come nascono le mie storie. E tutto si può riassumere con una frase di Isaac Asimov:

«Scrivere, per me, è semplicemente pensare attraverso le mie dita.»

(Isaac Asimov)

Questo non vuol dire che scrivo alla cieca, spinto da chissà quale impulso creativo, arso dall’impeto del sacro fuoco della scrittura – queste sono cazzate. E il perché lo spiega benissimo Edgar Allan Poe in un bel saggio intitolato Filosofia della composizione (andatevelo a leggere, è molto breve).

«Pensare attraverso le mie dita» per me significa partire da un’immagine, provare a trasformarla in un’idea brillante, ragionarci su per renderla attuabile e, poi, iniziare a svilupparla scrivendo. Tasto dopo tasto, parola dopo parole. Fermandomi solo per approfondire un argomento, studiare un passaggio, documentarmi per l’occasione – e poi ripartire. Così fino alla fine della storia.

Poi aspetto qualche giorno (a volte anche mesi) e rileggo tutto, sistemo, correggo, casso e compagnia bella. Di solito, in questa fase, mi rendo conto di aver scritto delle boiate, ma se la storia mi sembra reggere faccio il possibile per mantenerla. Altrimenti la cestino. E vado avanti.

Non riesco a studiare a tavolino tutti i passaggi di un romanzo. Non sono uno di quelli che riesce a prendere appunti su appunti, costruire mappe mentali, schede di personaggi e ambientazioni. Ammiro tantissimo chi riesce a farlo. Io purtroppo non ci riesco.

E, alla fine, il miglior modo che ho trovato per provare a domare le storie che mi galoppano nel cervello, senza improvvisare, è solo questo: «Pensare attraverso le mie dita».

That’s it!

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