Dino Buzzati: dai Tartari a “Un amore”. Pillole di un’estenuante attesa.

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Dino Buzzati è uno di quegli scrittori che o li ami o li odi – e, solitamente, quando è così, vuol dire che l’autore è uno che ha avuto il coraggio di seguire una sua strada ben definita, anche se non sempre facilmente definibile.

Ammetto di aver letto di Buzzati solo Il deserto dei tartari e Un amore, ma questo poco mi è bastato per convincermi che, nonostante venga spesso accostato agli scrittori realistico-magici, in realtà Borges, Bulgakov, Calvino, Cortázar, Kafka, García Márquez, Rushdie, Sepúlveda e via dicendo sono tutta un’altra cosa. Personalmente lo trovo più affine a un certo filone esistenzialista italiano. Ma va be’, come scriveva lo stesso Buzzati, «I critici si sa, una volta che hanno messo un’artista in una casella, ce ne vuole a farli cambiare parere».

«Da quando ho cominciato a scrivere, Kafka è stato la mia croce. Non c’è stato mio racconto, romanzo, commedia dove qualcuno non ravvisasse somiglianze, derivazioni, imitazioni o addirittura sfrontati plagi a spese dello scrittore boemo. Alcuni critici denunciavano colpevoli analogie anche quando spedivo un telegramma o compilavo un modulo Vanoni» .

(Dino Buzzati)

Il deserto dei Tartari VS Un amore

Stringendo all’osso, Il deserto dei tartari (1940) parla del tenente Drogo e della sua guarnigione che aspettano, insediati all’interno della fortezza Bastiani, l’arrivo di fantomatici nemici.

Un amore, invece, scritto a circa ventitré anni di distanza (nonché suo ultimo libro), racconta di Antonio Dorigo che aspetta l’amore; un’attesa che dura da cinquant’anni, anno più anno meno, e che termina nel momento in cui conosce una giovanissima prostituta di nome Laide (diminutivo di Adelaide) che si diverte a trattarlo come uno zerbino.

Al di là delle velate similitudini tematiche, quello che è più interessante notare è la sterzata stilistica di Buzzati, che passa dallo stile di tipo giornalistico del Deserto dei tartari, seppur con aperture liriche che conferiscono maggiore elevatezza al testo, a quello più tumultuoso, viscerale, tossico e al contempo elegante di Un amore.

La sintassi lineare, piana e giornalistica, ricca di frasi ellittiche cede il passo al flusso di coscienza tipico di Joyce (anche se Joyce è ben altra cosa), con lunghi periodi, digressioni liricheggianti e trasposizione dei pensieri così come vengono concepiti che rallentano tantissimo la narrazione e infastidiscono non poco.

In entrambi i romanzi, e questo è il suo più grande merito, Buzzati riesce a far immedesimare chi legge nei tormenti e nei pensieri dei due protagonisti, assieme ai quale vive l’esperienza malsana di un’attesa cieca, surreale e devota e di un amore corrotto, umiliante ma profondissimo.

Non mancano, in Un amore, tutta una serie di riferimenti a temi classici della letteratura amorosa (le sofferenze dell’amore, la servitù amorosa, la donna intesa come preda, la passione amorosa che logora, la lode della donna amata) che richiamano alla mente Saffo, Catullo, Tibullo, Properzio, Ovidio, Cavalcanti, Dante e compagnia bella. Riferimenti forse anche troppo presenti e poco velati che danno l’idea di una trama trita in bilico tra introspezione e cliché.

Fortuna che arriva il finale (ma arrivarci è stata dura) a ribaltare tutti i giudizi, con un’interessante analisi antropologica che si concentra sulle differenze di classe, denuncia il falso moralismo borghese e il maschilismo dell’epoca (mai sopito, ahimé).

Si vede che tra Il deserto dei tartari e Un amore sono trascorsi più di vent’anni: un periodo estremamente lungo in cui l’autore ha avuto modo di affinare la propria scrittura, prendendo le distanze dal proprio stile senza tradire le tematiche care.

Sì, ok, però in entrambi i casi: che fatica arrivare alla fine!

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