La censura è un’altra cosa

Dopo l’attacco al Congresso a Whashington, Zuckerberg ha deciso di bloccare Donald Trump da Facebook e Instagram – e ne ha dato notizia tramite questo post:

E subito una parte del web è insorta, chiamando in causa il diritto di espressione e condannando la censura, ma dimenticando che la libertà di manifestazione del pensiero è sì un diritto fondante riconosciuto negli ordinamenti democratici di tipo occidentale, però se uno fomenta un attacco alla democrazia, come ha fatto Trump, vien da sé che non concorda con i diritti che la democrazia stessa gli concede.

Per di più, la libertà di espressione è libera a patto che non sfoci in reato (almeno in Italia – ma il buon senso allarga i confini). Questo fa sì che se qualcuno ci offende, noi possiamo denunciarlo per ingiurie; se qualcuno dice falsità sul nostro conto, possiamo denunciarlo per diffamazione; se qualcuno va girando per strada con il gingillo da fuori, possiamo denunciarlo per atti osceni in luogo pubblico (sia chiaro: sto facendo solo degli esempi per semplificare il concetto). Rinunciamo al tuo diritto di denunciare e solo allora la libertà di espressione sarà davvero tale. Lo faremmo mai?

Nel suo post, Zuckerberg spiega la sua decisione: ha bannato Trump perché viola la policy di Facebook. Succede spesso anche con determinati post e con le inserzioni pubblicitarie (chi si occupa di social media marketing capirà). Il passaggio in questione è il seguente:

«Over the last several years, we have allowed President Trump to use our platform consistent with our own rules, at times removing content or labeling his posts when they violate our policies. We did this because we believe that the public has a right to the broadest possible access to political speech, even controversial speech. But the current context is now fundamentally different, involving use of our platform to incite violent insurrection against a democratically elected government.»

(Che, tradotto, sarebbe: «Negli ultimi anni, abbiamo consentito al presidente Trump di utilizzare la nostra piattaforma in modo coerente con le nostre regole, a volte rimuovendo contenuti o etichettando i suoi post quando violano le nostre politiche. Lo abbiamo fatto perché crediamo che il pubblico abbia diritto al più ampio accesso possibile ai discorsi politici, anche ai discorsi controversi. Ma il contesto attuale è ora fondamentalmente diverso, e implica l’uso della nostra piattaforma per incitare un’insurrezione violenta contro un governo democraticamente eletto.»).

Riassumendo: Zuckerberg è intervenuto solo dopo che i post di Trump avevano raggiunto un largo pubblico e solo dopo che si sono dimostrati pericolosi. E non ha impedito a Trump di esprimere e divulgare opinioni politiche contrarie alle proprie.

Semplicemente: ha constatato che Trump la stava facendo fuori dalla tazza e ha deciso di allontanarlo dal bagno – per evitare che continuasse a imbrattare tutto.

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