Ai jukebox di parole preferisco i grammofoni di storie

Invidio chi riesce a scrivere ovunque e quasi a comando; ma attenzione: se sei un jukebox di parole, raramente le tue parole varranno più di un soldo.


Ho sempre invidiato quelli che, dicono, riescono a scrivere in qualunque posto, in qualunque situazione e a tutte le ore – assecondando, così, il flusso creativo.

Li invidio, bonariamente, perché io non ci riesco.

Per me la scrittura creativa è un’operazione che ha bisogno dei suoi tempi e dei suoi spazi. Non sono un jukebox di parole, per cui che io stia scrivendo un romanzo, un racconto, una sceneggiatura, un articolo di giornale, un blog post, i testi di un sito web, un post per un social media, un payoff per un brand, un body copy, una descrizione aziendale, o qualunque altra cosa che esuli dallo scarabocchiare un appunto o una lista della spesa, non riesco a farlo.

Ecco, forse sono più un grammofono di storie che un jukebox di parole.

Come fanno, quelli che dicono di farlo, a scrivere mentre fanno altro? Scrivere richiede un unico movimento: quello delle mani che digitano sulla tastiera o che guidano i ghirigori di una penna sul foglio. Un unico movimento che incanala il flusso creativo dal cervello alle mani. Tutto il resto è solo distrazione. Per questo, di solito, si scrive bene in solitudine, in un luogo appartato, prendendosi il proprio tempo.

Ecco allora che qualunque scrittore, inconsapevole o meno, va sempre alla ricerca di un rifugio in cui dare libero sfogo al processo creativo.

Scrivere è un’azione che fa parte della nostra intimità, perché quello che scrivi alla fine ti racconta, che tu lo voglia o meno.

Non credo a chi riesce a scrivere in tutti i luoghi e in tutti i laghi, perché se sei un jukebox di parole, raramente le tue parole varranno più di un soldo.

Poi, se tu ci riesci, buon per te. Io preferisco continuare a prendermi il mio tempo, il mio luogo e la mia intimità.

That’s it!

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