La bellezza lettura salverà il mondo

Il primo libro che ho letto è stato La società dei gatti assassini di Akif Pirincci, della serie Gialli Junior di Mondadori. Il titolo originale, più bello, era Felidae, ma c’è poco da stare a discutere. Era un libro che avevo trovato in una libreria di non mi ricordo quale località di villeggiatura durante una vacanza di famiglia. Facevo la prima media e, in quel periodo, ero in fissa con gli horror.

In quel periodo a scuola c’era l’ora di narrativa e in classe stavamo leggendo un libro noiosissimo intitolato Mai sola, di cui non ricordo l’autrice (ricordo, però, che era donna) e che, in realtà, io non ho mai letto.

In quel periodo leggevo, appunto, La società dei gatti assassini, La stanza 13, The Giver (che, all’epoca, prima che facessero un film, in Italia si intitolava Il mondo di Jonas), Monster, Le impronte del diavolotutta roba così. Per quasi tutto il periodo delle medie.

Poi ho scoperto Jack Frusciante è uscito dal gruppo di Enrico Brizzi. E c’è stata la folgorazione.

È stato grazie a questo libro che, a cavallo tra i tredici e i quattordici anni, ho capito che, forse, si potevano leggere belle storie anche senza la presenza di mostri, cervelli spappolati, vampiri e squartamenti (che poi, parliamone, erano pur sempre gli Horror Junior!).

Non leggere quello che ti impongono

Possiamo dire che la mia carriera da lettore è iniziata da qui ed è proseguite nel tempo – sempre, però, deragliando dai binari della scolarizzazione. Questo perché ho sempre odiato ogni tipo di imposizione. Tutte le volte che a scuola mi obbligavano a leggere un grande classico, io leggevo altro. E così mi sono perso buona parte della formazione letteraria canonica del bravo studente modello.

Però ho conosciuto Edgar Allan Poe, Gesualdo Bufalino, J. D. Salinger, Fedor Dostoevskij, Heinrich Böll, George Simenon, Charles Bukowski, Lautreamont, Ugo Riccarelli, Alfred Jarry, Chuck Palahniuk, Italo Calvino, il collettivo Luther Blisset (poi divenuto Wu Ming), Walt Whitman, Umberto Eco, Yukio Mishima e tanti altri che adesso, sinceramente, neanche ricordo. E tutti sono diventati, chi in un modo, chi un altro, dei modelli per i miei approcci alla scrittura.

I classici li ho letti in età adulta, all’università. Li conoscevo già tutti per sentito dire, per averli studiati, per essere inciampato in qualche pagina monografica dedicata; ma non li avevo mai letti. E, devo dire, che mi sono mangiato i gomiti. Li ho amati – chi più, chi meno, certo; ma nel complesso sono stato affascinato da tutti. E ho maledetto la scuola (e il mio caratteraccio) per avermeli fatti odiare per così tanto tempo.

Leggere fa bene sempre

Da allora ho sempre iniziato a consigliare ai ragazzi di non sottovalutare i classici che si studiano a scuola. Di lasciar perdere le parole dei professori e di farsi una propria idea semplicemente leggendoli. Di alternare la lettura di un classico alla lettura di altro.

E ho anche iniziato a incazzarmi con chi si lamenta che i giovani leggono libri di merda, perché è da sadici pretendere che un ragazzo si appassioni, per esempio, a Italo Svevo o a Dostoevskij: sarebbe come pretendere che a tutti piaccia la musica classica.

Leggere fa bene sempre, qualunque cosa si legga e a qualunque età. Poi, certo, alcune letture fanno più bene di altre – ma questa è una posologia estremamente soggettiva.

That’s it!


[In cover photo by Ben White (details)]

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