Allenarsi alla speranza e «avere cura di ricordare»

Occorrono in media duecentottanta giorni, chiuso in un utero, per creare un uomo. Ne bastano quaranta, chiuso in casa, per abbatterlo e farlo rinascere.

Oggi è il giorno quattro della Fase 2 di contenimento della pandemia, ma la rinascita è ancora un concetto astratto, uno slogan motivazionale, il mantra di un centro di recupero disilluso. Più lo ripeti e più diventa vero – come Betelgeuse: «Dite il mio nome, ditelo due volte e alla terza io arriverò!». Ma, alla fine, più lo ripeti e più non vuol dire niente.

Occorrono quaranta settimane per programmare la versione beta di un cucciolo di uomo; bastano cinque settimane e cinque giorni per hackerarlo e portarlo a una versione malware 2.0. Basta infarcirlo di hashtag #andratuttobene e il gioco è fatto.

Sono sufficienti ventuno giorni affinché un gesto ripetuto quotidianamente diventi un’abitudine. Prendi un hashtag, infilalo nello script mentale di un essere umano e riproponilo in loop per ventuno giorni e il gioco è fatto.

Andrà tutto bene, è vero. Rinasceremo, certo.

Quello che, però, nessuno si preoccupa di farci capire è che niente andrà bene se non saremo noi a farcelo andare. Andrà tutto bene se ci impegno noi per primi, questo dovrebbe essere il mantra, il messaggio subliminale a cui fare affidamento per riprogrammare la nostra esistenza.

Ma, alla fine, sì, lo capisco: di ‘sti tempi dobbiamo allenarci alla speranza.

E un buon modo per allenarci alla speranza è «avere cura di ricordare». È una lezione che ho imparato da Rhamely, fotografa campana trapiantata a Mantova.

«Sono fotografa perché credo che la fotografia sia il modo migliore che abbiamo per avere cura delle nostre storie, le nostre emozioni, chi siamo.
Il mio nome è reale di fantasia, la mia professione è reale e fantastica. Racconto le persone e le loro storie attraverso la macchina fotografica.»

Rhamely

Seguivo Rhamely da un po’ sul suo profilo Instagram e, sin dai primi scatti, sono sempre stato affascinato dalla sua capacità di raccontare storie attraverso la fotografia. Ogni foto è carica di storie e di significati. Tutto è spontaneo, rarefatto e pragmatico allo stesso tempo. Insomma, tutto molto bello – non sto qui a bla bla bla e compagnia bella. Guardate il suo portfolio e capite da soli.

Quello che mi interessa mettere in evidenza, però, è uno dei suoi progetti: C’era una volta la quarantena.

«In questi giorni più che mai, mi sono messa in gioco, ho aperto la mente e la finestra del PC a nuove case, nuove menti, nuovi sguardi. E mi sono sentita presente e in condivisione, in modi che, a pensarci adesso, sembravano inimmaginabili prima della pandemia.
Ho iniziato un progetto fotografico che è diventato un viaggio emozionante: sto incontrando italiani in tutto il mondo attraverso lo schermo, per raccogliere e fotografare le loro storie di vita in quarantena, abbracciando e condividendo la mia filosofia dell’avere cura di ricordare.
Attraverso le videochiamate, lo schermo non è più ciò che ci separa dalla realtà, ma è quello che in qualche modo ci fa sentire più vicini, insieme più forti, reali.»

Rhamely

Un bel progetto a cui ho avuto il piacere di partecipare proprio in questi giorni (il risultato potete vederlo qui sotto).

Grazie, Rhamely, per avere avuto cura di ricordare la nostra quarantena e la nostra attesa.

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