Una manciata di like non fanno un successo

Durante uno dei rari tempi morti del mio vecchio lavoro, una collega mi porge lo smartphone. Non che fossimo propriamente in pausa, ma questa collega era andata a prendere lo smartphone dal suo armadietto e mi dice: “Toh, guarda qui!”. Sorride e mi dice: “‘Sto profilo mi prende troppo”.

Guardo lo smartphone e vedo un profilo Facebook. Scorro con il dito e inizio a leggere alcuni post. Il suo feed non era altro che una sequela lunghissima di parole di tutto ciò che gli andava a genio e di quello che lo faceva incazzare. Era come una grandissima saga letteraria sulla sua vita.

“Dovresti farlo anche tu.”

“Eh?”

“Questo. Dovresti farlo anche tu.”

“Cioè?”

“Vai su Facebook e ti metti a scrivere cose.”

“E cosa potrei mai scrivere? Non è che la mia vita sia così interessante, alla fine, eh.”

“Bah, potresti parlare di quello che succede qui dentro.”

“Bah, non lo so. Sai che palle.”

“Oh, arriva un cliente, dai, dai vacci tu. Io vado in cucina.”

“…”

Così la cosa è finita lì.

Però mi è sempre rimasta in mente questa idea di scrivere un qualcosa di seriale. Anche di non troppo impegnativo. Magari sì, perché no, anche sui social. Senza alcuna velleità artistica. Così, giusto per mettersi un po’ in gioco.

Alla fine l’ho fatto. Dopo circa dieci anni (anno più, anno meno).

E l’ho fatto in un impeto di egocentrismo, prendendo come argomento una serie di bizzarri avvenimenti che mi vedevano (mi vedono tutt’oggi – e, ahimè, mi vedranno in futuro) protagonista – e che possono essere riassunti così: di punto in bianco diventavo invisibile.

Ho iniziato a scrivere qualche post su Facebook, così, giusto per sgranchirmi un po’ le dita e tornare a scrivere qualcosa dopo tanti anni di nulla.

E, inaspettatamente, quei post non solo venivano letti, ma piacevano anche. Non scrivevo tutti i giorni, ma cercavo di mantenere una costanza settimanale, questo sì.

Un giorno, una ragazza che non avevo mai incontrato mi incrociò per strada e mi disse: “Ehi, io ti vedo! Ti sto vedendo! Non sei invisibile!”. Lo disse mentre camminava, senza fermarsi, indicandomi con il dito e passandomi affianco. Non ho mai saputo chi fosse, ma di certo aveva letto qualcosa su Facebook qualcosa sulla mia invisibilità.

Un’altro giorno era al bancone di un bar e di fianco a me c’era un signore che, sorridendo sotto i baffi mi disse: “Sto prendendo il caffè con l’uomo invisibile…” e mi fece l’occhiolino.

Per me era un’assoluta novità. All’epoca avevo pubblicato Il verso del coniglio, ma nessuno mi aveva mai fermato per strada. Certo, è successo solo due volte, ma è comunque il doppio di quanto mi fosse mai successo prima.

Era la prima volta che mi cimentavo con la scrittura seriale su Facebook e i risultati, nel loro piccolo, sembravo così incoraggianti che decisi non solo di continuare, ma anche di raccogliere tutti quei frammenti di storie in un libro intitolato Scusa, non ti avevo visto.

Per conferire a quelle storiella una qualche dignità di stampa, ho affiancato loro un’appendice in cui raccontavo le vite invisibili di altre persone – persone che ci stanno accanto tutti i giorni, ma che, per un motivo o per l’altro, non vediamo o, semplicemente, non vogliamo vedere.

Il filo conduttore di tutto il libro, sempre in bilico tra comicità e dramma, quindi, era la disattenzione nei confronti degli altri.

Il libro, però, non è mai riuscito a bissare il modesto successo dei post su Facebook – ma era prevedibile.

Comunque, alla fine della fiera, il succo del discorso è questo: la scrittura seriale sui social va benissimo, è un’ottima palestra; ma non bisogna farsi abbagliare dal successo che se ne trae in termini di like e compagnia bella. Sì, è vero che ormai tanti editori sembrano pubblicare molti autori in base a queste metriche, ma si tratta di performance davvero grandi, difficilmente pareggiabili.

Ci sono tanti autori grandi scoperti grazie ai social, ma, detto sinceramente: davvero crediamo di poter essere noi tra quelli?

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